«On-prem» non vuol dire diffidare del cloud. Vuol dire che per alcuni dati la domanda «dove girano» ha una sola risposta accettabile: qui.
Il punto non è ideologico, è di perimetro
Ci sono dati che, per contratto, normativa o buon senso, non possono lasciare l’infrastruttura di chi li detiene: cartelle cliniche, dati industriali sensibili, atti della pubblica amministrazione. Per questi, mandare tutto all’API di un fornitore extra-UE non è una scorciatoia: è un problema che si presenterà al primo audit.
Cosa ottieni tenendo il modello in casa
- Sovranità del dato: niente uscita dal perimetro, log e chiavi sotto il tuo controllo.
- Conformità più semplice: GDPR e requisiti settoriali diventano una questione di configurazione, non di fiducia in terzi.
- Costi prevedibili: nessuna sorpresa a fine mese legata al numero di chiamate.
- Nessun lock-in: se cambi idea, il modello è tuo.
E quando il cloud va benissimo
Spesso. Se i dati non sono sensibili, se i picchi di carico sono imprevedibili, se ti serve scalare in fretta senza gestire hardware — il cloud è la scelta giusta, e te lo diciamo. On-prem ha un costo (server, manutenzione, competenze): ha senso quando il valore della sovranità del dato supera quel costo. Non prima.
La via di mezzo esiste
Modello on-prem per i dati sensibili, cloud per il resto. Inferenza locale e addestramento altrove. La domanda giusta non è «cloud o on-prem», ma «quale dato, dove». Da lì si costruisce l’architettura — non il contrario.
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